Modelli di carta intestata per la tua azienda
Scegli un modello e personalizzalo direttamente nel browser, in formato A4 con il destinatario allineato per una busta a finestra DL. Nessun account richiesto: la tua carta intestata, con i dati obbligatori dell'art. 2250 c.c., si esporta in PDF o Word in pochi secondi.
- Classic Serif
- Modern Sans
- Minimal
- Bold Header
- Formal Centred
- Compact Modern
- Elegant Accent
- Corporate Blue
- Rule Only
- Colour Block
- Traditional
- Clean Grid
- Slate Panel
- Warm Amber
- Forest Serif
- Burgundy Formal
- Slate Baseline
- Sky Light
- Charcoal Centred
- Teal Serif
- Midnight Footer
- Sand Letterpress
- Crimson Line
- Emerald Banner
- Navy & Gold Crest
- Plum Split Band
- Terracotta Sidebar
- Sage Minimal
- Deep Ink Banner
- Copper Serif
- Mint Two-Tone
- Graphite Rail
- Oxford Formal
- Blush Editorial
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- Indigo Split Footer
- Cobalt Asymmetric
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- Teal Crest
- Stone Side
- Mono Circle
Carta intestata italiana: l'art. 2250 c.c., perché la UNI 7115 non c'entra nulla, e cosa manca a Canva e a cartaintestata.com
Chi cerca «modelli carta intestata» trova quasi sempre due tipi di risultati: piattaforme internazionali come Canva o Adobe Express, tradotte dall'inglese senza un solo riferimento al diritto italiano, oppure cartaintestata.com, un sito italiano vero — gestito da G Tech Group S.R.L.S., a Giustino (TN) — che però si ferma a 9 modelli in tre stili e a una guida che non cita mai, comma per comma, cosa impone davvero l'art. 2250 del Codice Civile. Nel mezzo, una convinzione che circola spesso nei forum e nei blog italiani: che esista una norma UNI per la carta intestata, di solito citata come «UNI 7115». Non esiste. La UNI 7115 è una norma sugli additivi per impasti cementizi, oggi ritirata senza sostituzione — non ha mai riguardato la corrispondenza commerciale.
Questo editor parte da un punto diverso: non da un modello genericamente «europeo» ridipinto in italiano, e non da una norma inventata per sembrare più autorevoli. Si sceglie un modello in formato A4, si seleziona la propria forma giuridica — S.r.l., S.p.A., S.n.c., S.a.s., ditta individuale, libero professionista — e il piè di pagina si compila da solo con i dati che l'art. 2250 c.c. impone davvero, con i campi corretti per quel tipo di impresa. Nessun account richiesto, esportazione gratuita in PDF o Word.
Cosa impone davvero l'art. 2250 del Codice Civile (e l'art. 2199 per la ditta individuale)
L'art. 2250 c.c. — Codice Civile, Libro V, Titolo V, Capo I — è la norma che conta davvero, non una convenzione grafica ma un obbligo di legge. Il comma 1 impone che negli atti e nella corrispondenza delle società soggette a iscrizione nel registro delle imprese siano indicati la sede della società, l'ufficio del registro delle imprese presso cui è iscritta e il numero d'iscrizione. Il comma 2 impone che il capitale di S.p.A., S.a.p.a. e S.r.l. sia indicato secondo la somma effettivamente versata, cioè risultante dall'ultimo bilancio — da qui la dicitura «capitale sociale € 10.000,00 i.v.» (interamente versato), mai una cifra genericamente dichiarata. Il comma 3 impone che, dopo lo scioglimento, sia espressamente indicato che la società è in liquidazione; il comma 4, che sia indicato se la S.p.A. o la S.r.l. ha un unico socio. Il comma 7, spesso ignorato, estende gli stessi obblighi al sito web della società: è il motivo per cui quasi ogni sito aziendale italiano riporta partita IVA e REA nel footer.
Chi opera come ditta individuale non è coperto dall'art. 2250, pensato per le società, ma non per questo è esente: l'art. 2199 c.c. impone comunque all'imprenditore di indicare, negli atti e nella corrispondenza relativi all'impresa, il registro presso cui è iscritto. È un punto che molti modelli generici saltano del tutto, trattando ditta individuale e S.r.l. come se richiedessero lo stesso footer — non è così: una S.r.l. mostra capitale sociale e REA della sede legale, mentre una ditta individuale mostra il proprio codice fiscale personale a 16 caratteri, distinto dalla partita IVA, cosa che una società non ha mai bisogno di specificare perché per una società i due numeri normalmente coincidono.
Ignorare questi obblighi non è solo una questione di forma: l'art. 2630 c.c. punisce chi omette di fornire negli atti e nella corrispondenza le informazioni prescritte dall'art. 2250, primo, secondo, terzo e quarto comma, con una sanzione amministrativa pecuniaria da 103 a 1.032 euro. È una cifra reale, verificabile su qualunque commentario del Codice Civile, e nessuno dei principali risultati per «carta intestata» in Italia la cita esplicitamente — né Canva, né i siti delle tipografie online, né, in modo puntuale articolo per articolo, la stessa cartaintestata.com.
La UNI 7115 non è una norma sulla carta intestata: ecco cosa dice davvero
Vale la pena essere espliciti, perché la confusione circola online: la UNI 7115 esiste, ma il suo titolo ufficiale è «Additivi per impasti cementizi. Determinazione della densità degli additivi liquidi o in soluzione» — una norma tecnica su come misurare, con un densimetro o una bilancia di Mohr-Westphal, la densità di un additivo per il cemento. È inoltre una norma ritirata, senza sostituzione. Non ha mai avuto nulla a che fare con l'impaginazione di una lettera commerciale, e citarla a proposito di carta intestata è un errore che chiunque abbia accesso al catalogo UNI può smontare in trenta secondi.
La realtà, meno comoda ma più onesta, è che in Italia non esiste alcuna norma UNI dedicata all'impaginazione della corrispondenza commerciale — a differenza della Germania, dove la DIN 5008 fissa margini, posizione del blocco destinatario e zona per la finestra della busta con la forza di uno standard tecnico nazionale. Non è un'illazione: persino un fornitore italiano di stampati come Saxoprint, sulla propria pagina «carta intestata», consiglia ai clienti italiani di seguire proprio la DIN 5008 tedesca — la prova più diretta che, cercando uno standard italiano equivalente, un operatore italiano del settore non ne ha trovato uno da citare.
Ciò che è realmente normato in Italia è il foglio, non il layout: il formato A4 (210 × 297 mm), storicamente fissato dalla UNI 936 e oggi coincidente con la UNI EN ISO 216, è la base universale della corrispondenza commerciale italiana — da qui l'espressione corrente «formato UNI A4». Su questa base, e senza travestirla da certificazione che non esiste, questo editor segue una convenzione funzionale coerente con la prassi italiana: foglio A4, margini pensati per la classica busta a finestra DL (quella dimensionata per un A4 piegato in tre parti uguali), e un piè di pagina che riserva lo spazio necessario ai dati dell'art. 2250 c.c. Non è «conforme alla UNI 7115» — nessuno strumento serio potrebbe esserlo, perché quella norma parla di cemento — ed è esattamente per questo che lo diciamo apertamente invece di scriverlo sulla pagina come fanno certi cataloghi di modelli.
Il formato, la busta e le convenzioni che nessuna norma impone ma che un lettore italiano si aspetta
In assenza di uno standard vincolante, l'ufficio italiano segue comunque delle convenzioni consolidate — insegnate negli istituti tecnici e riprese dalla voce «lettere commerciali e ufficiali» dell'Enciclopedia dell'Italiano Treccani — che questo editor rispetta senza spacciarle per una norma. La data si scrive con il mese in lettere e l'iniziale minuscola: «Milano, 12 marzo 2026», mai «12 Marzo 2026» né in ordine anglosassone. L'oggetto, in stile nominale e senza punto finale, precede il corpo della lettera: «Oggetto: conferma d'ordine n. 88 del 5 marzo». Il blocco destinatario riporta quattro righe — formula di cortesia, ragione sociale o nominativo, via e numero civico, CAP più città e sigla della provincia (per esempio «75100 Matera MT») — e si apre con «Spett.le» solo davanti a un'azienda o a un ente, mai davanti a una persona fisica, per cui si usano invece «Egr. Sig.» o, nell'uso corrente, «Gentile».
Sulla chiusura vale una regola di registro spesso trascurata dai modelli generici: «Distinti saluti» è la formula più formale, adatta a un primo contatto o a corrispondenza fiscale/legale, e si accompagna a «Spett.le» o «Egr.»; «Cordiali saluti», più calda, è oggi lo standard per rapporti commerciali già avviati e si accompagna a «Gentile». Un dettaglio tutto italiano che i modelli internazionali non riproducono mai è il blocco riferimenti-protocollo, poche righe sotto l'intestazione: «Ns. rif.» e «Vs. rif.», eventualmente un numero di protocollo, e le sigle dell'autore in maiuscolo seguite da quelle di chi ha materialmente scritto la lettera in minuscolo (per esempio «RM/pg»).
Per la busta, la DL (110 × 220 mm) resta lo standard commerciale italiano, pensata proprio per un foglio A4 piegato in tre parti uguali: se il blocco destinatario è posizionato nel primo terzo del foglio, l'indirizzo cade nella finestra dopo la piegatura, senza bisogno di ricopiarlo a mano sulla busta. I nostri modelli posizionano il destinatario secondo questa logica — un allineamento funzionale con la finestra della busta, non una certificazione di conformità a uno standard che, per la carta intestata italiana, semplicemente non esiste.
Cosa offrono davvero Canva e cartaintestata.com — e cosa manca a entrambi
Canva domina la ricerca «carta intestata» con centinaia di modelli, ma la sua pagina italiana tradisce a colpo d'occhio una localizzazione fatta a macchina: il pulsante di stampa propone «Stampa 25 a partire da 21,00 £» — sterline britanniche, su una pagina in italiano — e i nomi dei modelli sono stringhe di aggettivi inglesi tradotte parola per parola, con residui come «Gainsboro» (un codice colore CSS, non un termine italiano) lasciati nel titolo di un prodotto. Sulla sostanza è anche peggio: nessuna menzione di partita IVA, codice fiscale, REA, capitale sociale o art. 2250 c.c. in tutta la pagina, e una parte dei modelli è bloccata dietro un badge «Pro» che richiede un abbonamento per scaricare senza filigrana. È un catalogo ampio costruito per 100 paesi contemporaneamente, non per l'Italia in particolare.
cartaintestata.com è un concorrente diverso, e va preso sul serio: è italiano per davvero, gratuito, senza registrazione, con campi per partita IVA, codice fiscale e REA — la cosa più vicina a quello che offriamo qui. Ma si ferma a 9 modelli distribuiti in tre soli stili (Classico, Professionale, Moderno), una frazione rispetto alla nostra libreria; la sua guida resta procedurale — spiega come usare lo strumento, non quanti millimetri di margine servono, dove va posizionato il destinatario per una busta a finestra, o come cambiano i campi tra una S.r.l. e una ditta individuale — e cita l'art. 2250 in blocco, senza mai scendere comma per comma. Non distingue inoltre il caso della ditta individuale, il cui codice fiscale personale differisce dalla partita IVA, da quello di una società, dove i due numeri coincidono: un dettaglio che un vero form legale non può ignorare.
La differenza che vogliamo offrire non è «un catalogo più grande e basta»: è un piè di pagina che cambia automaticamente in base alla forma giuridica scelta — denominazione, sede legale, Registro Imprese e REA della provincia corretta, capitale sociale con la dicitura «i.v.», il toggle «società con socio unico» o «in liquidazione» dove previsto dai commi 3 e 4 — accompagnato dalla citazione dell'articolo e del comma che lo richiede e dal richiamo alla sanzione dell'art. 2630 c.c. Un catalogo di modelli più ampio di quello di cartaintestata.com, unito a un rigore sui dati obbligatori che nessuno dei due concorrenti offre insieme.


